UN TUFFO NEL PASSATO, Ricordi di GARE: IL MIO Tor 30

Da ancora prima che iniziassi a correre sento parlare di Tor de Geants: un viaggio di 330 km e un dislivello di oltre 24’000m che se riesci a portare a termine ti incorona “GIGANTE per sempre”.

Per motivi personali al momento non posso nemmeno tentare l’iscrizione, eh già, bisogna sperare nella dea bendata, il “fattore C” è fondamentale: pur essendo una gara particolarmente impegnativa, è conosciuta a livello internazionale e le richieste di iscrizione sono di gran lunga maggiori rispetto al numero massimo consentito di partecipanti.

A settembre 2019 per il decennale l’organizzazione ha ideato il “TOR30 Passage au Malatrà”, in pratica hanno dato la possibilità ad altri 500 runners di avere un assaggio di quelli che sono gli ultimi 30 km della gara Regina.

Ed eccomi qui, entrata a far parte dei 500 fortunati, a raccontarvi la mia avventura.

Tra letteralmente un bagno di folla, la partenza é avvenuta alle 10.00 dal piccolo paesello di Saint- Remis-En-Bosses a quota 1521 m:
i primi km si snodano all’interno del paese con un breve tratto su asfalto, e poi iniza la salita… la lunga salita a volte dolce e a volte impegnativa…
Abbandonato in una manciata di minuti il grigiore dell’asfalto ci si immerge nel verde dei valloni, lunghi sentieri spesso in single track in cui in silenzio uno dietro l’altro, bastoni in mano, noi runner abbiamo iniziato il nostro viaggio.
Questo silenzio è stato a volte assordante.
La mia ignoranza sui monti circostanti non mi ha dato consapevolezza dello spettacolo che si presentava ai miei occhi: so solo che ero una piccola formichina ai piedi della catena del Monte Bianco.
Il cielo blu e la temperatura gradevole hanno reso il mio viaggio molto più dolce del previsto e i pensieri hanno spaziato in ogni dove.
Non ho incontrato punti particolarmente tecnici fino ai pochi metri che mi separavano dal Malatrà: la porta del Paradiso dei Giganti che percorrevano le gara regina. 
Io ero praticamente a metà strada, mentre loro alle battute finali di un viaggio iniziato 6 giorni prima.
Lo spettacolo che mi si è presentato è stato quello di vedere in lontananza il col du Malatrà.. nella sua maestosità, nel suo grigiore.
Piccolo panico improvviso, misto a frizzante agitazione, perché sembrava che le piccole formichine colorate che si intravedono stessero letteralmente camminando sulla montagna, poi piano piano ho proseguito e ho riconosciuto il sentiero che mi avrebbe portato alla conquista della mia piccola vetta, a quota 3925m.

Per quanto mi riguarda, la mia prima volta.

Un tifo incredibile ha aiutato la mia inesperienza e la mia poca dimestichezza con catene e altezza e il mio cuore in preda alla tachicardia sembrava scoppiare nel mio petto.

E poi sono arrivata tra le due pareti.. quelle che in tante foto fanno vedere i runner felici con la braccia al cielo.. io non ce l’ho fatta: le lacrime hanno preso il sopravvento e avevo dietro delle persone, non volevo rubare tempo a nessuno…e cosi, nascosta la mia commozione dai miei occhiali, ho iniziato subito la mia discesa.

La discesa, il mio immenso tallone d’Achille.

Inutile soffermarmi nei vari accidenti che mi sono urlata dietro perché le mie gambe si rifiutavano di andare, anzi, è la mia testa che sceglie di non andare, dalla perfetta performance fino alla scalata, la mia prestazione agonistica ha avuto un brusco calo perché mi sono sfrecciati accanto tutti.
Dopo qualche minuto di sconforto, ho gettato la spugna, e mi sono rassegnata al mio limite, ho pensato che mi sarei fatta solo del male anche solo a “osare” per provare a tenere il passo degli “stambecchi”..
ho quindi rimesso insieme i pensieri, preso il mio passo e ho puntato a Courmayeur.

Sul percorso ho trovato facce amiche e un gran tifo, dico sempre che il tifo è, passatemi il termine, doping gratuito che mette una carica pazzesca.

Ho vissuto la mia esperienza con il sorriso che cerco di non abbandonare mai nemmeno nei momenti di difficoltà, perché amo divertirmi e non arrivare mai allo stremo delle mie forze, talvolta mi sento davvero una formichina: metto da parte (anche troppo) per tirare fuori a tempo debito l’energia in caso di bisogno. Chissà questa energia quando e se avrò bisogno di tirarla fuori per misurare e magari superare i miei limiti.. tempo al tempo mi racconto spesso.. e così sarà.

Ed eccomi a Courmayeur.

Il sentiero finalmente lascia spazio a qualche km di asfalto (il mio “habitat”) ed ecco che il mio passo diventa competitivo, ormai senza necessità, ma avevo voglia di sgranchire le gambe.

Un nuovo bagno di folla ha accolto anche me che, rispetto ai Giganti, non ho fatto davvero nulla: sfilare sul tappeto giallo e arrivare al mio traguardo ha riaperto il mio “rubinetto” naturale di lacrime.

Ho conquistato il mio piccolo pezzo di Tor.

Ero davvero felice e con un pensiero già alla prossima perché a noi runner, basta un paio di scarpe per colorare la vita!
#TOR30

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