…Perché a volte i sogni si avverano………
“L’alba ha una sua misteriosa grandezza che si compone d’un residuo di sogno e d’un principio di pensiero” (Victor Hugo)
A inizio febbraio, mi sono ritrovata a partecipare alla ri-scoperta di questo monte: il Monte Bisbino (1’325 m.s.l.m) siamo sul confine italo-svizzero e io ero già eccitata all’idea di questa “spedizione”.
La sveglia alle 4.45.. è stata diciamo “impegnativa”…
Ad attenderci una luna pazzesca che illuminava a giorno e il sonno è scomparso all’istante perché distratto da tanta bellezza…
Con un gruppo di runner (una decina o poco piu’) ci siamo trovati a Piazza Santo Stefano e siamo partiti.
Sono sempre stata l’ultima del gruppo perché la Pinkie & il Trail fanno fatica a fare coppia.. ma amen ..
il percoso non é stato proprio facile, probabilmente anche perché partire subito con una salita ripida spaccagambe non é stata una delle idee piu’ congeniali per me. Ma come cavolo fanno gli altri??
Non ho visto molto perché era tutto buio, e la strada era indicata solo dalla mia lampada frontale, ma comunque, puntuali come un orologio svizzero eccoci in cima a vedere spuntare la palla di fuoco tra le nuvole.. il fiato viene mozzato.
Il silenzio che ha creato questa alba é stato quasi assordante.
La natura ci regala davvero delle emozioni incredibili (e a gratis!).
Con la luce il panorama ha preso anche forma, sono comparsi il verde i colori, e piano piano la discesa anche il mio meraviglioso lago ha fatto capolino.
Sono stata entusiasta di questa breve trasferta ed è stato un allenamento davvero “molto allenante”.
Ovviamente quando si é per boschi, il nostro zainetto va riempito di tutto il necessaire (acqua, gel, barrette e qualcosa da spizzicare in primis), ma La Pausa con caffè & fette biscottate con vista mozzafiato a casa di un amico é stata la ciliegina su questa giornata a dir poco perfetta..
Terminata la merenda, “giù e ancora su” fino ad arrivare al punto di partenza.
Un po’ stanca, ma appagata #pinkie#happy#run#life#bisbino grazie a chi ha condiviso con me questo pezzo di strada .. ![]()
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Vi é mai capitato di sentire all’improvviso un profumo e immediatamente vi trovate catapultati con la mente in quel preciso momento in cui lo avete sentito per la prima volta?
A me é capitato piu’ volte, sono rare occasioni, ma molto intense, e quando succede é una sensazione incredibilmente reale che spero di essere in grado di raccontarla.
Mi é capitato una mattina di qualche giorno fa:
ho parcheggiato la macchina, borse (mille) in mano, il diluvio..e all’improvviso quel profumo che in un istante mi ha portata in un tuffo nel passato.
Quel bagaglio, il nostro “ieri” che conserviamo per sempre nel nostro cuore.
E allora ti metti li, e rispolveri la stessa emozione rimmergendoti nella stessa situazione: non sempre é un bel ricordo, anzi.. quando capita di rituffarmi in qualcosa di brutto, cerco sempre di uscirne alla velocità della luce anche se non sempre é facile perché nel momento in cui il meccanisco scatta (ed é del tutto involontario) il ricordo prende il sopravvento.
E’ strano qualche volta perché non riesco ad associare subito il ricordo al fatto o evento accaduto, e allora entro nel mio mondo e vado alla ricerca di quella estata casella nella mia mente che lo richiama, e se non é immediato, ci sto anche tutto il giorno.
Mi fa sorridere questo pensiero perché mi affascina la complessità della nostra mente.
Il ricordo di quella mattina non é importantssimo, ma siccome l’ho usato come spunto per questo articolo, vi racconto uno dei tuffi nel passato che piu’ mi piace rivivere: il profumo del Curry.
Anni e anni fa, nel lontano 2004, se la memoria non mi inganna, ho fatto un viaggio fantastico in India che merita di essere raccontato in un articolo tutto suo, in quel viaggio che non é stata una vacanza, ho avuto modo di toccare con mano (e col cuore) la triste realtà di Calcutta.
Sono stata in alcune delle case Madre Teresa e il Curry era la spezia usata per eccellenza nei pasti che servivamo.
Con le sue infinite proprietà e con l’abbondanza della sua presenza era l’ingrediente principale della zuppa (tutti i giorni, sempre la stessa) che davamo da mangiare agli ammalati.
Per anni non sono piu’ riuscita nemmeno ad avvicinarmi ad una portata a base di Curry perché immediatamente associavo il ricordo di quella tristissima zuppa e di quegli sguardi, spesso carichi di lacrime, che portero’ per sempre nel mio cuore…
Poi un giorno qualcosa é cambiato: ha vinto la mia mente e ho scelto di provare nuovamente e gradualmente a mangiare qualcosa che lo contenesse, cosi’ il ricordo adesso ha una valenza duplice, da una parte un po’ di malinconia, dall’altra il ricordo di un’esperienza straordinariamente forte, quindi ha preso il sopravvento il lato positivo della cosa, e io non posso che gioirne..
Ah… la mente! che strumento straordinario abbiamo per le mani…

Le mezze maratone non sono il mio pane, ma mi sono fatta coinvolgere nella “spedizione sarda” da un gruppo di runner che nel corso dei mesi è diventato sempre più numeroso.
La sveglia è suonata alle 6.50, la partenza è prevista per le 9.30, ma (anche se può sembrare un paradosso) non sono un’amante delle cose fatte di corsa, quindi ho optato per un risveglio soft.
Colazione entro le 7.30 (2 ore prima della gara, secondo la mia nutrizionista e io rigorosamente obbedisco!). Fette biscottate, marmellata, tè, ahimè non ho con me noci e mandorle, opto per un uovo sodo (solo albume) non sono certa di aver compensato nel modo corretto, ma ogni tanto bisogna pur improvvisare..
Faccio una passeggiata rilassante sul lungo mare deserto, temperatura perfetta, il rumore delle onde e la pace assoluta accompagnano i miei pensieri e rilassano la mente.
Doccia, divisa societaria, mille foto di rito ed eccomi allo start.
Avendo fatto una gara in montagna esattamente due settimane prima, questa non è stata preparata e peggio ancora quella passata non è stata “smaltita al 100%”, per questa volta il mio trainer mi chiede di fare un esperimento: “non guardare l’orologio, corri a sensazione”.
Siamo matti??
Drogata di Garmin come sono, mi sembrava una mission impossible, ma io credo ciecamente in chi ne sa più di me, altrimenti non mi sarei rivolta ad un professionista e così ho fatto: ho messo del nastro sul quadrante dell’orologio perché volevo comunque registrare la gara e sono partita.
Alle 9.30 fa già molto caldo e può solo peggiorare, non si muove una foglia inizio a pensare “morirò strada facendo.. “ Il percorso non mi entusiasma perché sono 2 giri gemelli con il primo giro di boa più o meno intorno al quinto km (dico più o meno perché non potendo vedere il mio orologio seguo le indicazioni dei km indicati anche se le trovo strane.. i km non sono progressivi e mi crea un po’ di confusione mentale), getto la spugna e vado avanti per la mia strada, ogni tanto mi avvicino a qualche runner e chiedo a che km siamo così sono più tranquilla.
Tengo il mio passo cercando di ascoltare le mie sensazioni, ma ho più o meno un’idea della mia andatura perché sono poco davanti ai pacer dell’1.40.
Il caldo è pazzesco, trovo che è mancato quel “ristoro in più” almeno per avere un po’ d’acqua, inizio a soffrire, sia per il passo che sto tenendo, che probabilmente è troppo per la mia condizione fisica sia per il caldo, il pacer delle 1.40 mi raggiunge, sto un po’ col gruppo… anche se faccio un po’ di fatica, scorrono i primi 10 km, passiamo sotto il gonfiabile di quello che tra i prossimi 10 km sarà il traguardo, ma lo vedo davvero lontanissimo.
Per fortuna l’incitamento di facce amiche e non, ci danno la carica, i km scorrono +- veloci, ma inizio ad andare un po’ in affanno, il pacer mi supera: in un’altra situazione non lo avrei mai fatto scappare, ma se avessi tenuto un passo non mio, non avrei ascoltato il mio trainer, lascio allontanare i palloncini e mentalmente mi rassereno e penso: “ora inizia la mia gara, imparo ad ascoltare il mio passo reale”, e a parte il caldo pazzesco, la fatica scompare. Una sete pazzesca, trovo un ragazzo della nostra comitiva che mi passa una bottiglia d’acqua e rinasco. L’idratazione è fondamentale.
Al km 18 trovo Massimo, so il nome perché ce l’ha scritto sulla maglietta, è fermo, lo chiamo per nome e gli dico che siamo quasi arrivati “vieni con me che sto andando tranquilla, ti porto al traguardo”. Non era molto convinto, ma io sono testarda, non ha potuto dirmi di no.
L’ho rassicurato, abbiamo parlato, l’ho tranquillizzato, gli ho spiegato il pezzo di percorso che ci mancava compresa la breve salita intorno al 20 esimo km.. tenendo comunque un buon passo eccoci passare sotto il gonfiabile che ho incrociato circa 10 km prima: le mie gambe stavano finalmente bene, ho fatto uno scatto finale che mi ha gasata tantissimo con sorrisi e grida di gioia per tutti, chiudo la gara in 1.44.02.
Nessuna gloria in termini di tempo, ma l’esperimento del trainer è riuscito: ho imparato ad ascoltarmi.
Con indosso la medaglia, l’abbraccio di Massimo che mi raggiunge e mi ringrazia perché mi dice che senza di me non ce l’avrebbe fatta, mi ha riempito il cuore di gioia: ecco la mia ricompensa, non sempre la propria vittoria è legata ad un risultato in termini di tempo, l’aspetto emozionale tante volte ha un valore ancora più grande, e questo è quanto è capitato a me..
Alghero Half Marathon: buona la prima!
#halfmarathon
Premetto che sono una “trail addicted” in fase embrionale (molto embrionale) oserei dire, quindi lungi da me dal dare dei consigli tecnici o indicazioni pratiche (lascio ai professionisti di settore e a chi mastica boschi, sentieri e montagne da sempre voce in capitolo in merito) nei miei articoli vi raccontero’, in modo molto semplice, le mie avventure “per monti” come piace dire a me, per darvi una descrizione di quelle che sono le mie avventure off road e soprattutto le mie emozioni.
Intanto, difficilmente mi troverete a raccontarvi un’esperienza vissuta da sola, come ho detto pocanzi, essendo molto poco pratica e non essendo per nulla a mio agio nella mia veste da trailer, non é mia abitudine avventurarmi da sola, quindi ho sempre accanto a me una paziente “guida” che mi aspetta e mi tranquillizza quando e se entro nel panico.
Panico? eh si, io nasco come runner da strada, quindi con spazi sempre ampi, difficilmente mi sono trovata a non avere spazio per entrambi i piedi.. o peggio ancora a strampiombo nel nulla, in montagna invece queste situazioni sono abbastnza frequenti e poi ho il terrore delle discese..il mio tallone d’Achille che mi portero’ dietro ahimé penso per sempre…
Terminiamo la premessa, veniamo a noi: il Monte Grona (1736m s.l.m.).
Intanto vi snocciolo giusto qualche info sul monte.
Si tratta di una montagna delle prealpi luganesi situata nel territorio di Plesio (CO) le sue rocce calcaree risaltano a sud della lunga dorsale del Monte Bregagno una catena montuosa sulla sponda occidentale del lago di Como
Grazie ad un giorno di vacanza extra, venerdi 22 maggio avevo a disposizione un’intera giornata libera; dopo uno scambio davvero casuale di messaggi con Michele, la mia guida prescelta per l’occasione, eccomi di prima mattina vestita di tutto punto per la scalata del giorno.
Quando scopro un posto nuovo, l’emozione é sempre alle stelle.
Abbiamo parcheggiato l’auto in località Loveno, e da li’ ci siamo subito inoltrati per un piccolo sentiero, ed é stata sempre, una (seppur dolce) salita.
Michele conosce benissimo la zona (nato praticamente tra le montagne) mi da subito sicurezza e ce la passeggiamo alla grande.
Il bello di queste situazioni e non guardare l’orologio (cioe’ io lo guardo solo a fine giornata per sapere quanto sono stata in giro), ma il piacere di non avere fretta e assaporare i propri passi non ha davvero prezzo.
Il paesaggio é verdissimo anche se il tempo non é particolarmente bello, fa caldo, ma c’e’ una foschia antipatica che, man mano che saliamo, nasconde quella meraviglia della natura che é la vista del mio lago dall’alto, posso solo immaginare cosa sarebbe stato se ci fosse stato il cielo terso del giorno prima, ma pazienza.
Il percorso é davvero semplice, anche se presenta alcuni tratti in single track, attraversiamo piccoli paesini che sembrano disabitati.
In lontananza si vede un “sasso”, Michele mi indica ….” vedi? dobbiamo arrivare lassu'”.
Mi sembra impossibile che noi piccoli piccoli e cosi’ distanti potessimo davvero puntare ad arrivare tanto in alto.
Cammina cammina, l’aria inizia ad essere frizzante, c’e’ un bel sole, ma la foschia non ci da tregua e il mio lago é ne é sempre avvolto.
La prima tappa della giornata il Rifugio Menaggio (1400m s.l.m.)
Ero già felicissima, l’ho sempre visto in tante foto di post di amici che transitavano da li…
Una porta aperta ci fa subito rallegrare (evviva che beviamo un buon caffé, e magari mangiamo una fetta di torta…), invece una volta raggiunto, il gestore che era all’interno a sbrigare delle faccende ci comunica che il rifugio é chiuso ed é aperto solo nel week-end.
Delusione a mille.
Per “dovere di cronaca” devo dire che la mia super faccia tosta mi ha fatta tornare il sorriso, ma non descrivo il perché nel dettaglio…perché si sa mai in che mani possano finire questi scritti nell’etere…e non vorrei mettere nessuno in difficoltà.
Credetemi dunque sulla parola :-).
Chiediamo al gestore se possiamo usufruire dei tavolini all’esterno e facciamo una pausa per spizzicare qualcosa (oserei dire che io ho proprio banchettato, sarà stata la fatica, saranno state le emozioni, ma mi era venuta una fame da lupi).
Terminato il nostro momento di ristoro, non potevamo non approfittare di un bel sorso di acqua ghiacciata che scorreva da una fontana davvero invitante, e col naso all’insu vedo il sasso sempre piu’ vicino da una parte, ma per me sempre piu’ irrangiubile dall’altra….
Il sentiero inizia a lasciare spazio alle “pietre sbriciolate”, e anche la mia andatura inizia ad essere traballante, inizio ad essere adrenalinica, ogni tanto Michele mi distrae e mi fa vedere il paesaggio. Ragazzi, lasciava davvero senza fiato.
La scalata prosegue fino ai piedi di questo importante masso roccioso. E io sarei stata già a posto cosi. Salendo ho visto la tipica croce delle vette in lontanza, ma avevo letto che l’ultimo pezzo era un po’ percoloso (piu’ che altro nella discesa) quindi avevo optato per uno “stop”.
Dico a Michele di salire pure da solo, mentre io lo aspetto e faccio quslche foto.
Poi che si fa?
Il mio compagno mi dice che dal punto in cui mi ero fermata mancava davvero un nulla e che sarebbe stato davvero un peccato. E quindi?? Beh..ok ci proviamo.
Per fare le cose in sicurezza (ma solo per darmi probabilmente quel contentino mentale di cui avevo bisogno) mi prepara un piccolo imbrago e mi assicura con 2 bei moschettoni al brevissimo tratto di ferrata creato apposta per questa parte finale di percorso.
Ben assicurata, e attentissima a fare “attacca e stacca” con i miei primi moschettoni della vita, eccomi salire in cima.
Ecco la Croce.
Effettivamente sarebbe stato un peccato fermarsi a pochi passi da questa meraviglia.
Peccato davvero essere stati avvolti dalla foschia, ma anche il paesaggio grigio a volte riesce ad essere incredibilmente spettcaolare, e cosi’ é stato.
La mia nuova vetta consquistata e una Pinkie felice come non mai.
Ne é valsa davvero la pena provare un po’ di adrenalina..
Mille foto di rito come mia abitudine…e siamo pronti per la discesa.
Ovviamente non é stata per nulla una passeggiata perché ho tenuto un altissimo livello di tensione fino a quando le punte delle mie scarpe non sono tornate ad appoggiarsi al terreno in modo orizzontale.
Prendendola davvero con relax e spensieratezza, eccoci tornare all’auto in un rispettoso tempo di 4’56’44 per 14.6 km.
Felice di aver vissuto una giornata immersa nella natura.
Felice della mia nuova conquista.






































